Antonio Meridda https://antoniomeridda.com Scrittore, autore di "Prova a mentirmi" Tue, 21 Aug 2018 09:51:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.1 https://antoniomeridda.com/wp-content/uploads/2018/08/iconasito.png Antonio Meridda https://antoniomeridda.com 32 32 Scrittore, autore di "Prova a mentirmi" Antonio Meridda clean episodic Antonio Meridda coachmeridda@gmail.com coachmeridda@gmail.com (Antonio Meridda) I segreti della trance Antonio Meridda https://antoniomeridda.com/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg https://antoniomeridda.com Adattabilità o incapacità? https://antoniomeridda.com/adattabilita-o-incapacita/ Sun, 20 Jan 2019 07:16:16 +0000 https://antoniomeridda.com/?p=1505 Cosa significa adattabilità?

Da bambini tutti impariamo che: l’animale terrestre più veloce è il ghepardo, il più grosso è l’elefante, quello in assoluto più grande è la balenottera azzurra, il più longevo è la tartaruga gigante (che poi non è vero, ma vabbé), quello che salta più in alto è la pulce.
E noi umani? In questa classifica non spicchiamo mai. Per questo ce ne siamo inventata un’altra: il più intelligente. Purtroppo non sappiamo definire l’intelligenza, quindi non ci è di grande consolazione.
Perché allora il mondo non è “dominato” da ghepardi, elefanti, balenottere, tartarughe e pulci?
Cos’ha invece la nostra specie di assoluto, che ci permette di dominare sulle altre?

L’adattabilità del più inetto

La caratteristica migliore dell’essere umano è una e una solamente, ma è la più importante di tutte: l’adattabilità. Nessun altro animale è versatile quanto lo siamo noi. Prendiamo uno qualsiasi degli animali di prima, e facciamogli fare un decathlon. Anzi, prendiamo un animale più adattabile, agile, forte e migliore dal punto di vista fisico. Un’ideale di perfezione come la tigre. Questa ci supererà in molte cose, corre più in fretta, salta più in alto… ma a nuoto come è messa? Sa spostarsi in terreni ghiacciati? Riesce ad arrampicarsi sulle montagne? E sugli alberi? Se la cava?
La risposta è no. Non esiste un altro animale che sappia nuotare e nel contempo correre, saltare, arrampicarsi tanto bene quanto noi. Non spicchiamo in nulla, vero, ma in media stracciamo qualsiasi competitore non umano.

Meglio essere intelligenti che adattabili?

Questa cosa lì per lì può sembrare banale o anche poco utile. Siamo cioè convinti, a causa dello sviluppo culturale e scientifico recente, che queste capacità sono in realtà scarse, e compensiamo con l’intelligenza.
Ovvero: siamo poco rapidi, in paragone ad esempio a una gazzella. Ma abbiamo addomesticato i cavalli prima e inventato le auto poi.
Vero, la nostra cultura non ha paragoni, e lo sviluppo che riusciamo ad ottenere tramite essa è travolgente.
Ma questo non vuol dire affatto che il dominio del pianeta sia “tutto merito” del cervello.
Il nostro potentissimo encefalo ha infatti un evidente limite strutturale: impiega un tempo enorme a svilupparsi. A un anno di vita siamo inetti iergastern tutto, mentre quasi nessun altro animale è al nostro stesso stadio.
Il nostro corpo però è così preciso che la sua adattabilità compensa qualsiasi problema i nostri antenati si trovavano di fronte.
Com’è noto, la nostra specie si è evoluta in Africa. Al tempo, il cervello non era neanche paragonabile a quello che abbiamo oggi. Ma il corpo era simile al nostro al 99%. C’erano sì differenze nel volto, dovute appunto allo sviluppo cerebrale con quello che ne consegue. Ma già ai tempi dell’Homo ergaster (circa 2 milioni di anni fa) le differenze fisiche erano molto ridotte, e chiunque vedesse oggi uno di questi nostri antenati, eccetto che per la testa più piccola, non noterebbe altre diversità.

Le caratteristiche fisiche quindi sono alla base del nostro successo, anche se oggi ce ne ricordiamo rarissime volte.
Vediamo cosa ci ha permesso di “vincere” sugli altri animali.

Adattabilità sensoriale

Occhi – questo mostra un tipo di adattabilità molto antico. La vista binoculare umana non è più precisa di quella delle altre scimmie, ma grazie alle mani è più utile. Una vista binoculare aggiunge una profondità alle immagini che le altre specie non conoscono. Si è evoluta perché una scimmia, se manca un ramo anche di soli 10 cm, si schianta a terra, quindi la nostra vista deve essere molto precisa. Nel caso degli umani però si è ulteriormente differenziata in vista maschile e femminile: i maschi sono più abili a mirare e colpire (evoluzione da cacciatori) le femmine a trovare le cose (evoluzione da raccoglitrici). Questo porta gli uomini moderni a perdere i calzini nei cassetti e le donne a doverli aiutare di continuo, ma è un’altra storia e ne parleremo un’altra volta.

Bocca e muscoli facciali – tutto l’apparato boccale umano si è evoluto per comunicare meglio, dai denti alla lingua alla gola. Questo non ha un effetto utile per adattarsi all’ambiente esterno ma permette di unire in modo efficace gli esseri umani tramite la comunicazione verbale. Lo stesso hanno fatto i muscoli mimici del volto, molto più efficienti di quelli delle altre scimmie per quel che riguarda la comunicazione (i muscoli sono i medesimi, ma noi riusciamo ad articolarli meglio).

Adattabilità del corpo

Dimorfismo sessuale di ruolo – tradotto: maschi e femmine sono diversi. Anche nelle altre scimmie si ha qualcosa del genere, i maschi sono più grossi, aggressivi e forti delle femmine. Nella nostra specie ciò indica adattabilità al ruolo e non solo di tipo riproduttivo. I maschi diventano più abili nella caccia e nella difesa, le femmine nell’organizzazione dei rapporti sociali e nell’allevamento dei piccoli. Insomma gli uomini esistono per uccidersi e le donne per mandare avanti tutto il resto.
Spalle – anche le altre scimmie antropomorfe hanno cinti scapolari molto mobili, questa adattabilità nomani-austrolopitecus-400x344n è solo umana. Le nostre spalle però hanno dei diversi gradi di scioltezza, soprattutto laterali, che ci permettono di nuotare e/o di arrampicarci con una difficoltà simile. Nessun altra scimmia riesce a nuotare come noi.
Piedi – sarebbe bello poter afferrare le cose con i piedi, come le altre scimmie. Il prezzo è che così facendo non si va molto veloci. Gli altri primati si arrampicano meglio di noi, ma a terra son piuttosto goffe. Noi siamo invece molto più rapidi, perché i piedi son riusciti ad adattarsi a sostenere bene il corpo anche nella corsa, senza compromettere la stabilità della posizione eretta.

Mani – tutti i primati le hanno. Nel nostro caso però il pollice è molto lungo, paragonato con qualsiasi altro nostro parente. Questo ci permette di sviluppare la presa di precisione, quella con cui possiamo ad esempio scrivere, afferrare minuscoli oggetti, cucire, svitare ecc. Le altre scimmie hanno molte più difficoltà di noi a farlo.

Apparato digerente – gli esseri umani sono fondamentalmente frugivori, mangiano frutta come le altre scimmie. A differenza della maggior parte delle scimmie non abitano solo le foreste, anzi quest’ambiente non è a noi congeniale. Quindi l’adattabilità “compensativa” ci permette di mangiare anche carne, pesce, verdure, insetti. Non sono alimenti del tutto adatti a noi, quindi non bisogna abusarne (i regimi alimentari dell’era moderna sottopongono stomaco, reni, fegato e intestino a un superlavoro che porta spesso a malattie per lo più letali) ma possiamo sopravvivere integrando la frutta anche con questi alimenti.

Adattabilità imperfetta

Sistema immunitario scadente – può sembrare un controsenso. Noi ci ammaliamo di più e soffriamo molto peggio di moltissimi altri animali. Chiunque abbia un cane o un gatto ed è andato dal veterinario avrà notato con quanta nonchalance il nostro beniamino sopporta decine di punti di sutura, correndo e saltando in molti casi a poche ore dall’intervento. Per una cosa simile noi ci facciamo dai 3 ai 6 mesi di fisioterapia. Dove sta l’adattabilità? Nello sviluppo cerebrale. La fragilità è dovuta al consumo delle energie “dirottate” al cervello. Pur pesando neanche 2 kg consuma quasi un 1/4 della nostra energia (lo so, per molti è un totale spreco di energie). Questo ha permesso una crescita incredibile del cervello umano in un tempo relativamente breve, passando dai 300 cm cubici degli Australopithecus ai 1350 cm cubici dell’Homo sapiens in meno di 4 milioni di anni. Sembra parecchio tempo, ma non esistono altri animali che hanno avuto un simile sviluppo in tempi simili;

Postura eretta – un’adattabilità costosa, tant’è che pressoché tutti gli esseri umani soffrono, hanno sofferto o soffriranno di mal di schiena. Potete fare i relativi scongiuri, purtroppo la questione è di tipo biologico: osservate com’è curva la nostra schiena e com’è invece dritta la colonna di qualsiasi altro animale e capirete perché. La postura eretta però ci da enormi vantaggi, il più importante tra tutti è che le mani ora sono libere e quindi possono svolgere altri compiti;
Perdita della pelliccia – questo ci ha portato lo svantaggio di doverci riparare dal freddo indossando indumenti, ma abbiamo fatto di questa necessità virtù. Una pelliccia infatti è molto utile per mantenere la temperatura stabile, proteggendo dal freddo e facendo schermo dal sole. Proprio per la sua assenza però abbiamo dovuto imparare a conciare, cucire e tessere, cosa che ci ha permesso di abitare luoghi molto più freddi di quelli in cui ci siamo sviluppati. Un essere umano può quindi abitare in Groenlandia come in Messico, gli basta variare lo strato di abiti che indossa. Nessun altro animale può fare lo stesso.

E l’adattabilità del cervello?

Una parte considerevole del nostro cervello è la chiave della nostra adattabilità: la cosiddetta neocorteccia. Molto sottile, presente solo in pochi animali inclusi noi, permette di sviluppare nuove capacità, che rendono il cervello adattabile. Tra queste l’arte, la simbologia, la fantasia.

Purtroppo la neocorteccia non ha potuto nulla contro le parti più primitive del cervello (il sistema limbico). Anzi, ha dato di fatto ad una scimmia paurosa e vigliacca gli strumenti per essere micidiale, e il pianeta ne ha pagato le conseguenze.

La nostra flessibilità è stata ed è la nostra forza. Le specie super specializzate rischiano facilmente l’estinzione perché il loro habitat si modifica (o, negli ultimi millenni, perché siamo noi a modificarlo). Le specie euriecie, cioè adattabili, non corrono quasi mai questo rischio. I ratti ne sono un esempio. Come loro anche noi siamo eurieci, capaci cioè di adattarci, ma spesso temiamo di farlo. A nessun animale piace cambiare quando le cose vanno bene. Purtroppo questo porta a specializzarsi sempre più, sino a non saper fare altro che una cosa sola. Se questa non serve più, l’estinzione è certa.
Meditate gente…

Per approfondire

I. Eibl-Eibesfeldt “Etologia umana”

Y. N. Harari “Sapiens: da animali a dei

K. Lorenz “Il declino dell’uomo

Pease & Pease “Perché gli uomini possono fare una sola cosa per volta e le donne ne fanno troppe tutte insieme?

D. Morris “La scimmia nuda

J. Diamond “Il terzo scimpanzé

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ritrattoAntonio Meridda è laureato in scienze naturali, con master in etologia e in giornalismo scientifico. Formatore ed esperto di linguaggio del corpo ha ottenuto le certificazioni F.A.C.S. (Facial Action Coding System) e B.C.E. (Body Coding System) ed è autore di numerosi libri e videocorsi sull'argomento. Iscriviti alla sua newsletter per leggere i suoi articoli e imparare tutto su come funziona il linguaggio del corpo.

 

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Ho ragione io, punto e basta! https://antoniomeridda.com/ho-ragione-io-punto-e-basta/ Wed, 09 Jan 2019 06:47:14 +0000 https://antoniomeridda.com/?p=1500 Avere ragione conta più di tutto il resto? Pare di sì.

Quanto meno, così pare pensare la nostra parte più istintiva.

Esponiamo i fatti. Il nostro cervello esiste per proteggerci, per farci sopravvivere. Svolgere questo compito è piuttosto arduo, quindi è equipaggiato non solo di ottimi sistemi di previsione, di analisi, di logica e in poche parole di una raffinata intelligenza. Ha anche un potentissimo alleato: sé stesso.

Quanto conta avere ragione?

not_always_rightCome sarebbe la nostra vita se dubitassimo di continuo delle scelte fatte? Non potremmo fare praticamente niente! Questo diventa infatti paralizzante per molte persone, che piuttosto di fare scelte azzardate (importanti ma di cui mancano elementi decisivi per essere sicuri) preferiscono rimanere immobili in attesa, confidando che la situazione si risolva in qualche modo senza dover decidere.

Per evitarlo, l’evoluzione ha elaborato un trucco complesso e molto utile, ma che talvolta si rivolta contro di noi: il principio di “avere ragione”. Ovvero, quando facciamo una scelta qualsiasi, il nostro cervello ci convince di aver fatto la scelta giusta. Questo genera un effetto pericoloso nella società moderna, cioè perpetrare un errore anche se ci viene dimostrato il contrario. L’orgoglio personale nega questa possibilità, e preferisce continuare a sbagliare piuttosto di correggere il proprio pensiero. L’avere ragione è quindi per noi fonte di piacere, di autostima, di appagamento.

Naturalmente non tutti siamo così. Il pensiero scientifico ha come base il principio “valido fino a prova contraria”, che però non sempre è facile da applicare. Anche perché all’errore, molti godono nel sottolinearlo. Quindi se si ammette di aver sbagliato si è anche ricoperti di “te l’avevo detto!”, “visto?”, “non capisci niente” e così via. Mazzate per l’autostima di chiunque!

Scelte daltoniche e ragione a tutti i costi!

barattoli-marmellata-limoneMa quanto il bisogno di aver ragione è forte? Per trovare una risposta, degli scienziato hanno fatto delle prove, che si sono poi rivelate illuminanti. Nella prima, sono state mostrate a dei volontari uomini e donne due foto di persone molto simili, ad alcuni uomini ad altri donne. Si chiedeva loro quale era la foto preferita. Dopo aver compiuto la scelta, si sostituiva a loro insaputa la foto con quella scartata. Poi la si mostrava loro chiedendo “perché avete scelto questa?”. Nessuno mostrò dubbi, nessuno disse “ma ho scelto l’altra”. Al contrario, diedero tutti spiegazioni più o meno esaurienti, tipo “ha i capelli più brillanti”, “mi piace di più l’espressione”, “ha un viso più gradevole”.

Se non siete convinti, ecco la seconda prova. In un supermercato, i soliti scienziati fecero un’altra prova. Presero due barattoli, senza alcuna etichetta, contenenti marmellata dello stesso colore ma dal sapore diverso. Fecero assaggiare entrambi, chiesero il preferito. Poi, senza farsi notare, scambiarono i barattoli e fecero di nuovo assaggiare, questa volta il barattolo scartato e basta, chiedendo ancora “perché avete scelto questa?”. Di nuovo, nessuno ebbe dubbi e spiegò che era più buona, più dolce, più “rotonda” e così via. Questo fenomeno è noto come daltonismo per le scelte (choice blindness). In pratica è come se qualcuno ci facesse prendere tè e caffè, ci chiedesse quale è migliore e noi scegliessimo il tè. Poi ci si chiede “perché hai scelto il caffè?” e noi dessimo una spiegazione, senza farci venire il dubbio. Col tè e il caffè non accade, ma con tante altre cose sì.

Volpi, dissonanze e ragione

volpeuvaQuesto principio è noto da millenni, Erodoto lo riassunse benissimo nella sua più famosa storia, la volpe e l’uva. Il nome scientifico di ciò è dissonanza cognitiva. Ecco un noto esperimento: a 3 gruppi di studenti fu proposto un lavoro noioso, archiviare dei documenti della biblioteca universitaria. Al primo gruppo furono offerti molti soldi, al secondo 1 solo € e al terzo fu chiesto di farlo per il bene dell’università. Nel primo gruppo accettarono quasi tutti, nel secondo quasi nessuno e nel terzo molti accettarono. Questo perché chi fa volontariato giustifica la propria azione, come chi agisce per i soldi. Mentre chi non riceve ricompense adeguate non lo fa. L’effetto più interessante però riguarda la seconda parte dell’esperimento. Fu chiesto a chi aveva accettato di coinvolgere altri studenti nel progetto alle medesime condizioni. I migliori “reclutatori” risultarono proprio quelli che lavoravano per 1 €! Così facendo infatti giustificavano la loro scelta, e ne avevano più bisogno degli altri 2 gruppi che invece non avevano bisogno di conferme esterne. La dissonanza tra ciò che era reale e ciò che si voleva credere non poteva esistere.

Il concetto di dissonanza cognitiva è molto potente, su questo fanno purtroppo leva gli agitatori, i demagoghi, i politici più infami. I fanatici, di qualsiasi gruppo siano, hanno spesso una forte dissonanza cognitiva tra ciò che credono e la realtà. Chi dice loro che hanno ragione a odiare, a escludere, a pensare male ecc. è da queste persone visto come una sorta di “salvatore” che giustifica le loro scelte.

La ragione nel cervello: il corpo calloso

Faremo un ultimo esempio per indicare la forza di questo meccanismo. Un tempo si cubrainrava l’epilessia tagliando il corpo calloso (corpus callosum), e così separando il cervello in due emisferi distinti. Questo impediva la comunicazione tra di essi, quindi risolveva il problema in modo drastico e con conseguenze pesantissime. Ad esempio, questi pazienti non riuscivano a riconoscere un’immagine se non la guardavano con entrambi gli occhi. Si fece questo esperimento: ai pazienti fu chiesto di guardare immagini forti, come una donna nuda, con il solo occhio sinistro. Quando si chiese loro cosa avevano visto, dicevano di ricordare solo una macchia confusa. Però si sentivano in imbarazzo. Quando gli si chiese perché questa sensazione, cercarono una giustificazione al proprio comportamento e dissero cose come “lei mi mette in imbarazzo con le sue domande” o “mi sta fissando in modo strano”.

Conclusioni

Il cervello trova sempre una giustificazione, anche a costo di perdere amici, partner, in taluni casi la vita. Non a caso a Napoli si dice “la ragione la tengono i fessi”.

Antonio

Per approfondire

M. Piattelli Palmarini “Chi crediamo di essere?

M. Piattelli Palmarini “Le scienze cognitive classiche. Un panorama

L. Festinger “Teoria della dissonanza cognitiva

M.S. Gazzaniga “L’interprete: come il cervello decodifica il mondo

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ritrattoAntonio Meridda è laureato in scienze naturali, con master in etologia e in giornalismo scientifico. Formatore ed esperto di linguaggio del corpo ha ottenuto le certificazioni F.A.C.S. (Facial Action Coding System) e B.C.E. (Body Coding System) ed è autore di numerosi libri e videocorsi sull'argomento. Iscriviti alla sua newsletter per leggere i suoi articoli e imparare tutto sul linguaggio del corpo.

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Dirty Dancing: a cosa serve il ballo? https://antoniomeridda.com/dirty-dancing-a-cosa-serve-il-ballo/ Fri, 07 Dec 2018 06:03:37 +0000 https://antoniomeridda.com/?p=1472 La danza è da sempre uno dei preferiti passatempi dell’umanità, tanto da aver fatto credere a molte persone che sia una cosa prima di tutto solo umana e in secondo ruolo esprimente “arte” oltre che “divertimento”.
Come sempre, la realtà non è quella che appare.

L’arte del ballo?

Indubbiamente molti esseri umani amano danzare, questo non perché abbiano “imparato” a farlo. Molto più semplicemente perché questo comportamento è scritto nei nostri geni. Come per un cane è molto divertente inseguire una pallina e per un gatto è altrettanto spassoso acchiappare un filo che penzola, per gli esseri umani è bello danzare.
Cerchiamo quindi di capire cosa è il ballo e perché è tanto piacevole.
In primo luogo: no, il ballo non ha nulla a che fare con l’arte in sé e per sé. Come tutte le espressioni umane può diventare arte, esattamente come un disegno diventa un quadro, un discorso una poesia e lavorare la pietra una statua, ma queste sono, potremmo dire, “emanazioni”. Sono cioè gli esseri umani a vedere e scovare qualcosa di artistico pressoché ovunque. Torneremo in un altro articolo a cosa è dovuta questa esigenza.
La danza non nasce come arte appunto, proprio come poesia, scultura e pittura non nascono come tali ma si evolvono da un uso molto più “basso” e utile, così come comunicare, costruire e spiegare con disegni diventano le arti poco sopra descritte.

Cosa significa ballare

Il ballo deriva da qualcosa che è molto noto in natura, e come sempre noi, essendo antropocentrici tendiamo a ignorare. Chiunque abbia visto qualche documentario soprattutto sugli uccelli, ha visto come questi compiano delle danze dette rituali di accoppiamento.
Si tratta di movimenti ritmici, ripetuti in uno schema ben preciso e che hanno lo scopo di “accordare” una coppia, per capire se si intende o meno.
Una cosa simile avviene anche nei mammiferi, chi ha una coppia di cani avrà notato quella specie di lotta simulata che fanno maschio e femmina quando lei è in calore. Vale qui lo stesso identico principio.
Cosa distingue la specie umana da queste altre? Due cose:
1) l’arroganza assoluta che la fa ritenere unica e sola tra tutte;
2) la musica, necessaria quasi sempre a svolgere in modo corretto una danza umana.
Il secondo punto è molto importante. Senza musica, la danza non è molto funzionale, anzi diventa spesso ridicola, perché i movimenti tipici perdono ogni relazione evidente: se non si segue un ritmo non ha senso girare, abbassarsi, fare piroette e così via.
Questo però è un secondo elemento che confonde, e appartiene proprio all’aspetto artistico, quindi derivato, del ballo. In origine, decine di migliaia di anni fa, è probabile che la musica fosse molto ridotta, probabilmente a qualcosa di simile del battere due bastoni in una certa cadenza.
Se questo discorso fosse vero, però, vorrebbe dire che il ballo ha come scopo il sedurre? A costo di sconvolgere molti di voi e irritarne la maggior parte, sono costretto ad ammettere che sì, questo è il suo scopo originale!

Danza di accoppiamento

Chi seduce chi? Questo è arduo a definirsi. Una cosa sicura è che maschi e femmine hanno compiti diversi, seguono cioè un proprio schema. Se questo si è perso in quell’accozzaglia di movimenti disarticolati e mimanti un ictus tipico delle discoteche, è invece molto vivo nei sensuali balli latino-americani, come anche nelle più morigerate scuole europee, come ad esempio nel valzer.
Non a caso la danza cerca di “armonizzare” i movimenti tra i due partner, e in nessuna cultura del mondo intero gli uomini ballano in coppia con altri uomini e le donne con altre donne.

C’è di più. Anche se appunto in discoteca si è del tutto perso, negli altri balli si tende a enfatizzare la differenza tra i due sessi. Gli uomini “conducono”, indicando così forza e decisione, qualità sempre apprezzate dalle donne. Le donne mostrano grazia e leggerezza, anche qui attirando gli uomini che adorano queste qualità in una compagna.
Nei balli tribali queste doti sono ancora più messe in evidenza, arrivando a mostrare in modo più o meno marcato le differenze fisiche. In tante danze si è visto come le donne accentuano il movimento dei fianchi mentre gli uomini si esibiscono in complicate prove di potenza fisica, mostrando braccia e muscoli in ogni istante.
La potentissima influenza della religione ha di molto variato queste abitudini, tanto che le danze europee hanno cercato quanto più possibile di reprimere queste esibizioni, ma niente può oscurare un istinto vecchio di decine di milioni di anni, che trascende la nostra specie e arriva fino ai nostri più antichi progenitori.

Conclusioni

.Il fatto che si balli con partner casuali, specie da giovani, rientra in pieno con tutto quello che abbiamo già detto, e se i genitori temono – talvolta stupidamente – che i figli in discoteca non vadano “solo” a ballare esiste un fondo di verità. Quello che i più non sanno è che un ballo non è quasi mai solo un ballo.
O forse fingono di non saperlo.

Per approfondire

Meridda, F.Pandiscia “Il Metodo Anticorna“.

S. Pinker, “Il paradosso dei sessi
I. Eibl-Eibesfeldt “Etologia umana
A. & B. Pease “Perché gli uomini possono fare una sola cosa per volta e le donne ne fanno troppe tutte insieme?
S. Feldhahn “Perché gli uomini fanno sesso con il lavoro e le donne se ne innamorano

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ritrattoAntonio Meridda è laureato in scienze naturali, con master in etologia e in giornalismo scientifico. Formatore ed esperto di linguaggio del corpo ha ottenuto le certificazioni F.A.C.S. (Facial Action Coding System) e B.C.E. (Body Coding System) ed è autore di numerosi libri e videocorsi sull'argomento. Iscriviti alla sua newsletter per leggere i suoi articoli e imparare tutto su come gestire la coppia.

 

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A che servono i maschi? https://antoniomeridda.com/a-che-servono-i-maschi/ Sun, 02 Dec 2018 08:00:03 +0000 https://antoniomeridda.com/?p=899 Un post parecchio provocatorio, ma vediamo di capirci.
Il mondo non ha bisogno di due sessi distinti, tant’è che molte specie ancora oggi ne fanno a meno.
La situazione diventa ancora più assurda in alcune specie, dove i maschi servono davvero poco. E nella nostra specie?

Maschi e femmine o solo femmine?

Andiamo con ordine. La riproduzione sessuale è stata la rivoluzione che ha permesso lo sviluppo della vita come la conosciamo oggi.
La vita compare sulla Terra in tempi alquanto remoti, si stima circa 3,5 miliardi di anni fa. Si tratta però di creature unicellulari, simili per alcuni versi agli attuali batteri e virus.
La situazione non cambia per un tempo lunghissimo, quasi 3 miliardi di anni! Poi, intorno ai 5-600 milioni di anni fa nasce la riproduzione sessuale, ovvero i due diciamo batteri si uniscono, scambiano tra loro materiale genetico (il fantomatico DNA, ricordato in tv sempre a sproposito, come “DNA delle banche”, “DNA dei partiti” e simili, o per casi polizieschi alla CSI).
a che servono i maschi - 13383560994_98e840970b_oQuesto permette una rapidità di evoluzione ed adattamento incomparabile con la riproduzione semplice. Spieghiamo un attimo. I batteri e gli altri esseri unicellulari si moltiplicano dividendosi, producendo così da una cellula “madre” due cellule “figlie” identiche in tutto e per tutto. Non c’è un grande adattamento poiché “madre” e “figlie” sono uguali.
La nuova modalità mescola il DNA di entrambe le “madri”, che quindi quando si divideranno produrranno “figlie” diverse da loro. Si capisce subito che, così facendo, è molto più facile adattarsi, modificarsi, creare nuove forme di vita. E di fatto così è, in tempi immensamente lunghi per noi ma molto brevi per la storia del pianeta si moltiplicano le forme di vita.

A un certo punto in natura si sviluppa un nuovo concetto: sessi distinti. Alcune creature costruiscono degli individui del tutto incapaci di generare una progenie. Questi sono i maschi. Fino alla loro evoluzione, tutti gli abitanti della Terra sono ermafroditi, come le piante. Hanno quindi sia apparati maschili che femminili.
Questo però ha un costo alto, avere entrambi i sessi significa anche avere molti organi riproduttivi, quindi complicare tutto.
La selezione porta allora alla divisione: alcuni rimangono quasi inalterati, le femmine. Altri si sviluppano in modo differente, i maschi. Questi non possono procreare e il loro compito principale è quindi fecondare le femmine.

Due sessi un solo scopo

Il compito non è difficile, e quindi i maschi di molte specie sono del tutto subordinati alle compagne. In molti insetti com’è noto le femmine “regnano”, come in tutti gli insetti sociali (api, formiche, termiti), dove i maschi di fatto non contribuiscono in nulla alla vita della colonia.
Tra gli aracnidi (ragni, scorpioni) il maschio è divorato quasi sempre dalla femmina, a meno che riesca a fuggire in tempo. In tantissime altre, come i cefalopodi (polpi, calamari, seppie) il maschio muore subito dopo l’accoppiamento.
Questo ci appare assurdo, ma ciò è dovuto alla nostra riproduzione, che si fonda sull’avere figli in diversi momenti della vita. In queste creature invece i figli si hanno tutti in una volta, quindi non ha molto senso proseguire la vita del singolo oltre questo momento.

Veniamo ai vertebrati. I maschi acquisiscono una nuova caratteristica: la difesa. In molte specie di pesci, in moltissime di anfibi e rettili, in quasi tutte quelle di uccelli e praticamente in tutti i mammiferi come noi, i maschi sono più grossi e forti delle femmine, e anche più aggressivi. Questo perché difendono il territorio.
Potremmo quindi pensare che la funzione dei maschi sia questa: difendere. Ottimo. Ma difendere da cosa, precisamente? La risposta è: dagli altri maschi!a che servono i maschi - 7266408324_c79aa4e5f4_o
Facciamo alcuni esempi. Prendiamo per primi animali molto distanti da noi, come il pesce spinarello. Questo costruisce un nido per le uova, attira le femmine affinché le depongano, poi le feconda e le protegge. La femmina va via e non vedrà più né maschio né figli. Lui si romperà la schiena per difendere le uova dagli altri predatori che potrebbero cercare di mangiarle, quindi in questo caso la funzione del maschio è ovvia.

aquilaAvviciniamoci ad animali più simili a noi, le aquile. Qui la prole ha bisogno di entrambi i genitori, e sia mamma che papà aquila passano la giornata a dar da mangiare ai loro voraci aquilotti. Se uno dei due morisse, anche alcuni piccoli morirebbero perché un solo genitore non basta a nutrirli tutti. La femmina da sola, però, potrebbe far crescere almeno un piccolo. Il maschio comincia a perdere terreno…
Arriviamo ai mammiferi. Le cose cambiano del tutto. Fino a questo momento infatti le femmine producono uova esterne, quindi il maschio può fisicamente proteggerle e portarle con sé esattamente come la femmina. Ma ora la femmina tiene le uova a maturare DENTRO di sé.

Non stupirà sapere che, se nel 75% degli uccelli entrambi i sessi aiutano la prole, nel 97% dei mammiferi il compito è lasciato INTERAMENTE alla madre. Il padre la feconda e se ne fugge via in cerca di altre ca che servono i maschi - 7146480291_b39313abe4_oompagne, e la cosa ha una sua logica in termini evolutivi. Facciamo anche qui un esempio, prendiamo l’orso bianco. Questo cerca una femmina, la trova, la feconda. Potrebbe stare con lei a proteggerla, nutrirla e aiutarla ad allevare i piccoli, ma il compito è sfibrante, e per cosa? 2 piccoli in una stagione? Molto meglio cercare una nuova femmina e fecondarla. Vero, così i 2 piccoli rischiano molto di più, ma se il maschio è grosso e potente può terrorizzare gli altri maschi della zona, e magari accoppiarsi con 5-6 femmine. Magari non tutti i piccoli sopravvivranno, ma anche se solo metà arrivasse alla primavera successiva sarebbero almeno 5-6, non 2.
Egoistico? Sì. Il fatto è che tutte le specie lo sono. La femmina di spinarello descritta prima non si mette problemi a lasciare il compagno e cercarne un altro cui dare altre uova. La femmina di mammifero non può semplicemente farlo.

Uomini e donne: maschi e femmine particolari

Arriviamo alla nostra specie. Qui le cose si complicano parecchio! Una donna partorisce in genere un solo piccolo dopo 9 mesi, gliene occorrono altrettanti per le primissime fasi di sviluppo e circa una decina d’anni affinché il nuovo individuo inizi a rendersi utile e a procacciarsi almeno in parte il cibo.

Se il maschio si comportasse come l’orso si ritroverebbe con molte possibilità di non avere neppure un figlio. Investire tutto in una sola donna però significa non avere altri discendenti per tempi molto lunghi.
Gli esseri umani quindi trasformano un compito di base: procurarsi il cibo.
Le donne diventano raccoglitrici, gli uomini cacciatori. Tutti avete sentito la favoletta seguente: le donne raccolgono la frutta, quindi sono più abili a distinguere i colori, cercano l’acqua, e questo le rende più attratte famiglia preistoricada ciò che luccica, hanno bisogno di cercare piccoli oggetti, e ciò amplia la loro visione laterale (nella vita moderna ciò si traduce in armadi, cassetti e frigoriferi ordinati, contro quelli maschili dove regna il caos) e lavorano in gruppo, sviluppando la comunicazione.
Gli uomini invece sviluppano forza e resistenza, dovendo cacciare, abbattere e trasportare grossi animali. Hanno una mira più efficiente per colpire il bersaglio, e sono meno sensibili per poter uccidere e lottare.
Questo ci porterebbe a pensare che il cibo portato da uomini e donne sia all’incirca pari: carne porta lui, verdure porta lei. Dimentichiamo però alcuni punti:

  1. siamo primati, cioè scimmie. La carne è molto meno importante per la nostra dieta e se ne può fare a meno;
  2. cacciare è rischioso, molti uomini si feriscono o muoiono nel compito. Portare verdura e frutta non ha grossi rischi;
  3. cacciare è difficile, gli animali, specie quelli grossi, non gradiscono di essere uccisi e mangiati e quindi scappano, si difendono, si nascondono. Le probabilità che l’uomo non prenda nulla sono alte.

Il risultato finale è che in un giorno qualsiasi la donna portava a casa cibo sufficiente per sfamare lei, il figlio e il marito. Il marito non portava quasi nulla.
Vero, c’erano i giorni in cui la caccia andava bene, magari si riusciva ad abbattere una grossa gazzella e quindi l’uomo “compensava” i giorni precedenti in cui tornava a mani vuote, ma se la donna avesse dovuto affidarsi a lui per il cibo, ora saremmo tutti estinti.

Quindi a cosa servono gli uomini?

Perché allora gli uomini andavano a caccia? Perché non aiutavano la compagna a raccogliere frutta e verdura? Essendo più grossi e forti gli uomini avrebbero potuto portare molta più verdura e quindi essere più utili. Allora perché non è andata così?cacciatore preistorico

Il primo motivo è di tipo sociale. Un uomo che abbatte un grosso animale, specie se pericoloso come un bufalo, è visto come un eroe, un guerriero. Ha coraggio, forza e capacità, quindi è ammirato dalla tribù. Inoltre è grazie a lui che si fanno le feste, poiché è difficile che le donne riescano a raccogliere non solo per la famiglia ma anche tanto di più da organizzare festini.
Per finire, la difesa. Se un uomo va a caccia pattuglia anche il territorio, e così facendo può intercettare i rivali delle altre tribù che magari vogliono violentare o rapire le loro donne. Questo compito appare quindi come il principale, si noti come, se non ci fossero gli uomini, non esisterebbe neppure il problema.

Cercando di capirci qualcosa, gli studiosi hanno immaginato due uomini:
il procacciatore – equilibrato, astuto, efficiente, costui non perde tempo dietro ai bufali e agli ippopotami ma, molto più saggio, va alla ricerca di cibo facile da catturare, come topi, funghi, miele, frutta. Porta molta roba a casa, ma nulla di spettacolare. I suoi sforzi sono rivolti per primi al benessere della famiglia;
l’esibizionista – coraggioso, sfacciato, eroico, mette a rischio la sua vita combattendo contro giraffe e facoceri per dimostrare la sua abilità. Se non si ferisce è probabile che non catturi nulla, ma quando ci riesce è una festa per tutti. Non spartisce in genere il cibo solo con la famiglia, ma con l’intera tribù.
Che compagno vogliono le donne? Nelle tribù esaminate (Aché del Paraguay,Hadza della Tanzania, San tra i Boscimani e varie tribù della Nuova Guinea) le donne ammirano gli esibizionisti, ma sposano i procacciatori.
L’esibizionista, specie i giorni che torna con grosse prede, ha parecchie possibilità di avere figli!
Il procacciatore invece non ha la fortuna di avere un seguito di ammiratrici, ma di solito è sposato, cosa che l’esibizionista è molto di rado.
Cosa converrebbe essere a un uomo? Meglio cercare il successo e rischiare la vita – così facendo forse rimanere senza figli – o fare il suo dovere quotidiano e sperare di far breccia nel cuore di una sola donna?
L’esibizionista è per molti versi più simile all’orso, non fa granché per la prole ma è temuto dagli altri maschi e, così facendo, ha buone possibilità di avere più figli del procacciatore, che invece ha una sola donna, la quale potrebbe morire di parto lasciandolo solo. A differenza dell’orso, l’esibizionista sa che la tribù potrebbe aiutare le sue donne a far sopravvivere i suoi figli.
Il procacciatore invece si comporta più come l’aquila, e investe tutto nell’allevamento della prole. Così facendo le sue possibilità di vedere il figlio cresciuto sono molto più alte.
Le donne preferiscono i primi ma scelgono i secondi.
Quindi, ripetiamo la domanda: a cosa servono i maschi? Ai posteri l’ardua sentenza…

Antonio

Per approfondire:

A.Meridda, F.Pandiscia “Il Metodo Anticorna

J. Diamond “Perché il sesso è divertente?
K. Hawkes “Why do men hunt? Benefits for risky choices”
K.Hawkes, J.F.O’Connel, N.Blurton-Jones “Hardworking Hadza grandmothers”
H.Curtis, N.S.Barnes “Biologia”

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L'autore: Antonio Meridda

ritrattoAntonio Meridda è laureato in scienze naturali, con master in etologia e in giornalismo scientifico. Formatore ed esperto di linguaggio del corpo ha ottenuto le certificazioni F.A.C.S. (Facial Action Coding System) e B.C.E. (Body Coding System) ed è autore di numerosi libri e videocorsi sull'argomento. Iscriviti alla sua newsletter per leggere i suoi articoli e imparare tutto su come gestire la coppia.

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Perché la sfiga ci vede benissimo? Il famigerato effetto Pigmalione https://antoniomeridda.com/il-famigerato-effetto-pigmalione/ Tue, 20 Nov 2018 07:30:08 +0000 https://antoniomeridda.com/?p=1450 Ti è mai capitato di avere fretta e trovare tutti i semafori rossi? Di aver lavato la macchina il giorno prima di una pioggia di sabbia che il Sahara non è nulla? Di andare a mangiare in un posto nuovo e beccarti un’indigestione con dolori addominali tipo partoriente con 3 gemelli?

Questi fatti potrebbero indurti a pensare che la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo. Ma è davvero così?

Anche se tutto porterebbe in quella direzione, la risposta è NO. Ciò che invece pare vero è la profezia autoavverante, o ilcosiddetto effetto Pigmalione.

Di cosa si tratta?

L’effetto Pigmalione tra mito e realtà

Una delle più comuni e diffuse teorie psicologiche di cui si sente parlare è proprio questa. Come funziona per davvero?

Spieghiamola in due battute: Pigmalione era uno scultore mitologico, tanto abile che pigmalionele sue opere sembravano avere vita. Un giorno scolpisce la sua donna ideale, Galatea, e se ne innamora. Purtroppo è solo una statua, e lui si strugge d’amore non corrisposto. Afrodite è commossa dalla bravura e dalla passione dell’uomo, e concede la vita alla statua.

Per questo la profezia autoavverante si chiama con il nome di questo personaggio. Chi crede qualcosa lo fa così fermamente da far vivere le statue, credendoci. E difatti la nostra mente è molto portata nel credere senza prove. Vero, siamo indagatori, curiosi, sperimentatori accaniti, più di qualsiasi altro animale. Allo stesso tempo siamo capaci di berci qualsiasi balla se detta da una fonte che riteniamo autorevole, non importa di che parla o chi sia. Nel celeberrimo 1984, Orwell spiega bene questo concetto.

Il nostro bisogno di credere è così potente che prevale su ciò che tutti i sensi, i concetti, le idee e in pratica la realtà ci dice. Se siamo convinti di qualcosa possiamo fare cose straordinarie o macchiarci dei più atroci misfatti.

Come ci coinvolge l’effetto Pigmalione?

Cerchiamo nel dettaglio di comprendere questo effetto Pigmalione. Erroneamente in molti confondo questo effetto, espandendolo a cose che il vero effetto non contempla. Ad esempio, se pensiamo che la giornata sarà brutta, ci focalizziamo solo sul brutto, finendo per avere una brutta giornata per davvero. Ciò è vero, ma non si tratta qui di profezia autoavverante.

La profezia autoavverante invece riguarda solo le altre persone. O meglio, come noi pensiamo che loro agiranno, al punto da modificare noi stessi in funzione di questo.

In pratica, se crediamo che qualcuno sia antipatico reagiamo male a lui e così via. Descriverò un esperimento che spiega bene la faccenda.

Nel 1977 tre ricercatori americani volevano provare questa tesi, quindi escogitarono quanto segue. Tesi: le persone cambiano inconsciamente (quindi senza rendersene in nessun modo conto) in base a ciò che credono rispetto agli altri. Dimostrazione: chiesero a degli uomini di parlare al telefono. Dovevano fare una conversazione con delle donne che non conoscevano. Una tesi molto diffusa soprattutto all’epoca, stabiliva che più una donna era curata (trucco, cura della pelle ecc.) più era socievole e ben disposta verso gli altri. Più era sciatta, meno aveva interesse nelle altre persone. Per quanto sia sbagliato, un fondo di verità in questo esiste (è ovvio che chi si dedica tanto all’influenzare il giudizio esterno tiene anche molto ad esso, rispetto a chi non fa alcuno sforzo per cambiare), ma si tratta comunque di un luogo comune senza alcun fondamento.

Venne mostrata ad ogni “conversatore” una foto (falsa) della donna al telefono. In alcuni casi fu fatta vedere una donna bella, curata e sorridente. In altri una donna sciatta, non bella, con espressione imbronciata. Poi vennero fatti parlare, e gli si chiese com’era andata.

Stranamente, coloro cui era stata mostrata la bella donna dicevano di aver avuto una discussione divertente e piacevole, viceversa la maggiopaurar parte degli uomini che avevano visto la donna brutta riferivano di aver parlato con persone scostanti e antipatiche.

Alla fine vennero intervistate le donne, le quali riferirono che erano gli uomini a cambiare. Alcuni erano gentili, altri per nulla. Analizzando le registrazioni, i ricercatori confermarono che erano gli uomini a cambiare il tono, le parole, l’andamento dell’intero discorso in base alle proprie convinzioni, e che le donne, reagendo ad essi, confermavano la loro idea.

Ovvio che se ci salutano con un sorriso e un “Buongiorno! Bella giornata oggi, vero?” avremo una reazione diversa rispetto a un “Salve…” senza alcun sorriso. Il fatto interessante è che gli uomini non si resero minimamente conto di cambiare modo di parlare. Inoltre questo schema era presente in tutti quelli che ritenevano corretto il pregiudizio donna curata=donna simpatica.

Conclusioni

La profezia autoavverante quindi funziona o no? Di certo i pregiudizi, anche se detestabili, ci aiutano a capire cosa accade attorno a noi. In un mondo complesso e globalizzato è facile caderne vittima e classificare tutto secondo luoghi comuni e stereotipi.

Quindi non è strano che ci capiti di “verificare” qualcuno di essi, basandosi su un’esperienza sola avuta magari in modo indiretto: il classico “amico” o “cugino” che racconta che a lui è successo proprio come dicono le leggende urbane.

Questo porta anche noi a comportarci, come gli uomini nell’esperimento, in un dato modo. Invito quindi a riflettere un momento. Pensiamoci bene quando comunichiamo con gli altri: cosa pensiamo di loro? Siamo davvero “aperti” a ciò che vediamo o sentiamo o partiamo prevenuti in qualche modo?

Per approfondire:

M.Snyder, E.D.Tanke, E.Bersheid “Social perception and interpersonal behavior: on the self-fulfilling nature of social stereotypes”

Video dell’esperimento: clicca qui

V. Stoichita “L’effetto Pigmalione. Breve storia dei simulacri da Ovidio a Hitchcock”

 

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ritrattoAntonio Meridda è laureato in scienze naturali, con master in etologia e in giornalismo scientifico. Formatore ed esperto di linguaggio del corpo ha ottenuto le certificazioni F.A.C.S. (Facial Action Coding System) e B.C.E. (Body Coding System) ed è autore di numerosi libri e videocorsi sull'argomento. Iscriviti alla sua newsletter per leggere i suoi articoli e imparare tutto sul linguaggio del corpo.

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Olfatto: quanto è importante in realtà? https://antoniomeridda.com/olfatto-quanto-e-importante-in-realta/ Sat, 10 Nov 2018 06:55:56 +0000 https://antoniomeridda.com/?p=1368 Solo un senso minore?

Tra tutti i sensi, il più sottovalutato, il meno considerato, il più vilipeso è senza dubbio l’olfatto.
La nostra specie non dedica ad esso praticamente nulla, se non cercare costantemente di ingannarlo.
Facciamo bene a farlo? Siamo, cioè, indipendenti da esso, al punto da ridurlo a semplice “assaggiatore”? Cerchiamo di capirlo insieme.
Senza dubbio, tutti i primati, come noi, sono animali detto microsmatici, parola misteriosa che significa solo che l’olfatto è per noi un senso minorProfumo.bise. Ci affidiamo cioè più alla vista, poi all’udito e infine al tatto per entrare in contatto con qualcosa o qualcuno. L’olfatto, anzi, è da ormai molto tempo un vero e proprio peso. La sua funzione è l’analisi chimica, comprendere cosa c’è “nell’aria”, raccogliere i dati e darci un responso: è qualcosa di positivo? O al contrario è un cattivo odore?
Questa è la teoria. Nella nostra società le cose non vanno affatto così. Negli ultimi 100 anni abbiamo devastato le orecchie, tanto che il chiasso infernale che fanno le città è considerato “normale” entro dei parametri che i nostri antenati avrebbero definito “guerra e rivoluzione in corso”, concentrando quasi tutto sulla vista. Negli ultimi 150 abbiamo quasi eliminato il contatto, che è diventato anzi foriero di malattie, terribili morbi, epidemie di ogni genere. E all’incirca negli ultimi 10.000 abbiamo disintegrato l’olfatto.

Meglio avere un buon olfatto?

Se qualcuno oggi osasse fare l’assurdo esperimento di inspirare a pieni polmoni l’aria di una qualsiasi città si ritroverebbe, quasi sempre, i polmoni marci e il naso in panne, intasato da polveri letali e odori che per delicatezza definiremo osceni. Un secolo e mezzo fa le cose non erano così micidiali, ma l’odore era ugualmente pessimo, soprattutto a causa di 2 fattori terribili: feci di cavallo e mancanza di norme igieniche vere e proprie.
Oggi, avere un buon odorato è quasi una condanna, perché ci espone alla puzza terribile che invade ogni luogo in cui viviamo. Ma è sempre stato così?
Certo che no. Stupiamo tutti con effetti speciali: l’odore umano è per noi molto gradevole. Niente ci attira, ci eccita e ci piace più dell’odore del partner quando siamo adulti e della mamma quando siamo piccoli. Ci sono però alcune brillanti invenzioni che ci hanno precluso questo piacere.

Diciamo qualcosa che nessuno sa: il sudore non puzza. Possibile? Ebbene è così. L’odore atroce che percepiamo non è dato dal sudore in sé, ma dalla fermentazione dei batteri dei vestiti in contatto con esso. Questi producono una miscela acre e orrenda che chiunque conosce.
Seconda, ancora meno nota verità: i piedi non puzzano. E qui, ci rendiamo conto, è necessario un atto di fede.
Chiunque abbia un cane o ne abbia visto uno all’opera, sa che questo animale, che non a caso è un macrosmotico (quindi l’olfatto è per lui il primo senso) riesce a seguire la traccia del proprietario facilmente tenendo il muso a terra dove è passato l’amico bipede.
Quello che invece molte poche persone sanno, è che anche nella nostra specie si faceva lo stesso! Ancora oggi, alcune popolazioni tribali in Nuova Guinea riescono, dall’odore dell’impronta, a capire chi è passato!

Hanno un naso più fine del nostro? No. Questi popoli, semplicemente, non hanno scarpe. I piedi, come le mani, hanno la caratteristica di avere delle impronte, dei glifi, che permettono loro una migliore sensibilità. Questi hanno anche un’altra caratteristica, cioè sudare per motivi emozionali. Mentre le mani sudate sono asciugate in fretta, i piedi, rinchiusi tra calze e scarpe, non hanno altrettanta fortuna, e come prima la produzione di sudore fermenta in fretta nel vomitevole puzzo che tutti purtroppo conosciamo.
Il naso però non “sa” che la nostra vita è cambiata. Deve continuare a registrare gli odori che sente, e avvertirci del pericolo di odori sgradevoli, forieri di malattie o veleni. Ovviamente, vivendo noi oggi in situazioni in cui il veleno e le malattie sono ovunque, il povero naso finisce per registrare solo diverse sfumature di puzzi orrendi, per cui che funzioni poco è anche un bene…

Olfatto femminile e olfatto maschile

Ma il naso non si può ingannare. Oltre gli odori, il naso percepisce altre sostanze, molto caratteristiche, note come feromoni.
Una notizia importante: le donne anche in questo sono superiori agli uomini, il loro naso funziona meglio di quello maschile per motivi evolutivi: un uomo il cui naso funziona male non ha grandi tragedie da ciò, essendo prima di tutto un guerriero e un cacciatore. Una donna, il cui compito principale è l’allevamento e il raccogliere cibo, deve avere un buon naso per capire se qualcosa non va.
Uno degli effetti più interessanti è dato proprio da questo fatto. Il naso femminile è così preciso e sensibile ai feromoni, che quando delle donne sono messe in ambienti privi di uomini, cambiano il loro modo di agire. Da molto è noto che le suore di clausura sincronizzano i cicli mestruali.
Meno noto è che se una donna ha rapporti sessuali regolari con un uomo, il suo equilibrio ormonale è migliore rispetto a una donna che non li ha! Questo avviene perché a livello di OVN (se non ricordate cosa è l’organo vomero nasale guardate qui) percepisce e comprende che un maschio è “a disposizione”, quindi gli ormoni si “sintonizzano” su di lui. Se questi feromoni mancano, anche gli ormoni non sono più in equilibrio.
Anticipiamo la domanda: una donna che sta con un uomo senza fare sesso ha gli stessi effetti? Ad esempio, se vive con dei fratelli o col padre? No. L’OVN non si fa ingannare facilmente! I feromoni prodotti durante il sesso sono parecchio più intensi e diversi rispetto a quelli di un uomo “a riposo”, quando ai familiari, l’OVN respinge nettamente i loro feromoni, motivo per cui l’incesto è molto difficile che accada non solo per motivi culturali ed educativi, ma anche biologici.
Mai sottovalutare il potere del naso!

Per approfondire

Anon, “Foot Step”
M. Arnot, “Foot Notes”
D. Morris, “L’animale donna”
G. Glaser, “The nose: a profile of sex, beauty and survival”
I. Eibl-Eibesfeldt, “Etologia umana”
J. Diamond, “Perché il sesso è divertente?”      

 

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ritrattoAntonio Meridda è laureato in scienze naturali, con master in etologia e in giornalismo scientifico. Formatore ed esperto di linguaggio del corpo ha ottenuto le certificazioni F.A.C.S. (Facial Action Coding System) e B.C.E. (Body Coding System) ed è autore di numerosi libri e videocorsi sull'argomento. Iscriviti alla sua newsletter per leggere i suoi articoli e imparare tutto su come gestire la coppia.

 

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Evoluzione erotica: come funziona la selezione sessuale https://antoniomeridda.com/selezione-sessuale/ Sat, 27 Oct 2018 07:15:30 +0000 https://antoniomeridda.com/?p=926 La selezione sessuale è una delle più rapide. Il corpo lancia di continuo segnali erotici. Alcuni evidenti, altri riconosciuti “a istinto” ma che in pochi sanno di percepire per davvero.
Quali sono, e come li abbiamo selezionati?

Sensi e selezione sessuale

Cominciamo con il distinguere i vari tipi di segnale. Ne esistono moltissimi e coinvolgono tutti e 5 i sensi.
Abbiamo ad esempio segnali percepiti dal tatto, come i capelli o la morbidezza, tipici femminili, che si contrappongono alla barba ispida e alla durezza, segnali maschili.
Ci sono quelli uditivi, di cui la voce è l’esempio migliore: la bassa e potente voce maschile è erotica quanto una cristallina e dolce voce femminile.
Quelli più sottovalutati ma di fatto tra i più efficaci, cioè i messaggi chimici, percepiti in primis con il naso e secondariamente con la lingua. Esempi sono i feromoni, più efficaci nelle donne che negli uomini.
Ma di certo, i più diffusi per la nostra specie, che è per lo più visiva, sono quelli che possono essere osservati.
Qui la selezione sessuale si è scatenata, forgiando due sessi molto diversi eppure tanto simili da non avere difficoltà estreme nello scambio dei ruoli.
Cominciamo dal chiarire questo punto.

Maschi e femmine: simili o diversi?

Se si osservano gli altri primati, possiamo osservare i seguenti scenari: forte dimorfismo sessuale, quindi maschi e femmine molto diversi. Un caso per tutti il gorilla, dove il maschio è quasi il doppio della femmina. Nessun dimorfismo sessuale, come nel gibbone. Se non si osservano i genitali non si distingue il maschio dalla femmina. Medio dimorfismo sessuale. Il caso più tipico è quello del mandrillo, in cui il maschio ha dei colori evidenti che lo distinguono dalla femmina ma poco altro.
Noi ricadiamo in questa categoria.
Perché esistono queste tre tipologie? Nel primo caso, il gorilla, i compiti sono ben divisi: maschio utile solo alla difesa e alla lotta, femmina all’allevamento dei piccoli. Un gorilla maschio non saprebbe accudire un piccolo, e una femmina non sa difendere un territorio.
Nel caso del gibbone il ruolo è del tutto scambiabile, ma questo fa in modo che nessuno dei due sappia fare qualcosa meglio dell’altro.
Tra umani e mandrilli i ruoli sono invece distinti tra maschi e femmine, ma all’occorrenza possono essere scambiati. Certo, un maschio è più forte, aggressivo e grosso, in media, di una femmina, e una femmina è più capace di allevare un piccolo per i suoi numerosi adattamenti in questo senso (non ne parleremo ora, ne citiamo solo un paio come esempio: capacità più sviluppata di comunicazione e di percezione rispetto ai maschi, doti utili per relazionarsi a un neonato).
In caso di necessità, comunque, un maschio umano o di mandrillo possono occuparsi dei piccoli, e una femmina può difendere il territorio. La loro stazza, il loro corpo e il loro equilibrio è infatti simile anche se diverso. La selezione sessuale non porta a differenze estreme come in altre scimmie.

Harem, coppia o gruppo misto?

Qualcosa che pochi sanno è che la nostra specie non ha evoluto una sessualità particolare in base alla propria cultura e adattamento all’ambiente. Viceversa, è proprio la selezione sessuale ad aver evoluto il comportamento e il modo di agire della nostra specie!
Questo pare assurdo, ma è del tutto vero. La nostra vita ha delle fasi specifiche, e può riassumersi a grandissime linee in qualcosa del genere: nascere, crescere, trovare un/una partner, riprodursi, allevare i figli, allevare i nipoti, morire.
Ci sembra scontato, ma non lo è affatto. Rimaniamo nell’ambito dell’incredibilmente vario e complesso mondo dei primati. Come abbiamo detto, esistono dimorfismi sessuali accentuati o ridotti. Cosa li ha generati?
Non siamo certi di tutti i meccanismi, ma sembra evidente che i costumi sessuali non siano un casFamiglia di gorillao.

Spieghiamoci bene. Tra i primati esistono 3 strategie riproduttive:

1) harem – capobranco maschio con molte femmine a disposizione. Esempio: gorilla.

2) promiscuità – nessuna vera e propria coppia stabile, maschi efemmine si accoppiano con diversi membri del branco. Esempio: scimpanzé.

3) copscimpanzé con cucciolopia monogama – maschio e femmina crescono insieme la prole, con compiti diversi. In genere la femmina ha il carico maggiore, e il maschio la difende. Esempio: gibbone.gibbone con cucciolo

Ora, la nostra evoluzione sembrerebbe indicare l’ultimo caso.
Ma le cose non sono proprio così! I gibboni infatti sono tra le poche scimmie che non formano nessun tipo di branco, le coppie vivono isolate le une dalle altre. Per questo maschi e femmine non sono specializzati in un compito specifico, in quanto il rischio che uno dei due muoia è alto e il genitore rimanente deve sapersi occupare del piccolo.
Nella nostra specie non esiste nulla di simile, la vita di branco è potente e costituisce un elemento essenziale della nostra evoluzione culturale.

In effetti sembriamo più simili a scimpanzé e gorilla, ma anche questo non è esatto.
La realtà è che la nostra specie ha subito così tante evoluzioni da avere un po’ sconvolto il quadro nonché complicato la vita degli scienziati che cercano di capirci qualcosa. La selezione sessuale è davvero complicata!

Selezione sessuale umana

Le cose pare siano andate così: circa 15 milioni di anni fa esisteva una scimmia che aveva usi sessuali promiscui. Poi, 9 milioni di anni fa questa si è differenziata in due specie. Da una sono discesi i gorilla, dall’altra un progenitore ancora mancante, che ha poi originato scimpanzé e umani. Questa specie si evolse in un’altra direzione, e originò dei comportamenti misti, promiscui da una parte e harem dall’altra. La parte che si specializzò nella promiscuità originò gli scimpanzé.

L’altra parte sviluppò una nuova caratteristica, cioè mascherò i suoi segnali sessuali. Nello specifico, le femmine di questa specie non mostrarono alcun segnale che indicavano disponibilità sessuale.
Questo complicò del tutto le cose! I maschi di scimpanzé o gorilla non hanno problemi: le loro femmine hanno forti segnali che gli fanno capire subito se la femmina è in calore o meno.
Le donne umane, come si sa, non hanno alcun segnale evidente, tanto che neppure loro, fino agli ultimi decenni in cui si sono sviluppati strumenti specifici che misurano gli ormoni, sanno quando e se sono esattamente in fase di ovulazione o meno.
Perché ciò accade?
Si è notato che tra i gorilla i segnali esistono, ma sono deboli, e lo stesso avviene in tutte le specie di scimmie con harem. Nelle specie promiscue invece i segnali sono forti e chiari. Solo in poche specie non ci sono segnali di alcun tipo, e una di queste è la nostra. Nelle altre però il modello sessuale è sempre ad harem, mentre nella nostra, di regola, si ha una coppia monogama.
Come mai siamo tanto diversi?
Due sono le teorie che giustificano l’attuale selezione sessuale umana:
a) teoria del papà a casa – l’uomo rimane con la donna perché così è sicuro che il figlio che porta sia suo. Non ne ha la certezza matematica, ma rimanendo con lei vigila in modo che nessuno le si avvicini. Questo comportamento è presente anche in altri primati, ma qui abbiamo dei segnali di qualche tipo. Il maschio quindi rimane con la femmina e la difende nei giorni “giusti”, abbandonandola subito dopo. Nel caso umano questo non è possibile, quindi deve rimanere con lei più tempo possibile. Risulta per l’uomo anche inutile, in termini evolutivi, tradire la femmina, perché magari nel tempo in cui va a cercarne un’altra qualcun altro se la prende e lui rischia di avvicinarsi a una femmina che non è nel periodo “giusto”, lasciandolo senza discendenti.
Per favorire la vicinanza che poi genera affetto (in termini scientifici non si parla mai di amore, anche se tutti sappiamo che è una parte importante del rapporto) le femmine umane hanno evoluto un’alta ricettività: non fanno sesso solo i giorni “giusti” ma al contrario possono farlo in qualsiasi giorno e periodo dell’anno.
L’effetto boomerang per l’uomo è che non può mai “fidarsi” a lasciarla sola.
Ricordo che parliamo di istinti e che ci stiamo riferendo ad esseri umani evoluti parecchio tempo fa. Il nostro comportamento attuale discende (ma non è identico) a questo.
Il maschio umano quindi si ritrova una compagna che potrebbe essere nel giorno giusto e che è sempre ricettiva (potenzialmente). Non ha quindi motivo di lasciarla o tradirla.
b) teoria dei molti padri – i maschi di molte specie ad harem, come i leoni e gli stessi gorilla, uccidono i piccoli dei rivali. Questo perché la lattazione produce amenorrea, anche nella specie umana. Ovvero, finché sta allattando una femmina non ovula più. Nelle donne moderne questo fenomeno è scomparso per effetto della tecnica: molte si servono oggi di biberon, tiralatte, frigorifero e latte artificiale per non dover sopportare l’onerosissimo e sfiancante compito dell’allattamento continuo. Fino a pochi secoli fa e nelle culture tribali ancora oggi, non essendoci queste innovazioni, le donne allattano i figli ogni 2 ore, e questo genera un aumento dell’ormone prolattina che impedisce nuove ovulazioni.
Il nostro antenato aveva, secondo questa teoria, un comportamento da harem. Ciò pare confermato da diverse prove, quindi avvalora tale ipotesi. Se la femmina umana evolse un’ovulazione “mascheratcercopiteco a”, il capobranco non era più in grado di dire con certezza se i figli in questione fossero suoi o meno, quindi con molta probabilità non si sarebbe arrischiato a ucciderli.
Un paragone in questo senso si può fare con la selezione sessuale del cercopiteco verde, una scimmia che abita l’Africa. Anche qui le femmine non hanno ovulazione manifesta. La differenza con la nostra specie è che le femmine sanno benissimo quando sono nei giorni giusti, ma non lo mostrano ai maschi. Al contrario, si accoppiano con tutti quelli che riescono a trovare, in modo che tutti pensino di essere il vero padre del nascituro.

Conclusioni

Quale delle due teorie è corretta? Non lo sappiamo. Probabilmente entrambe hanno dato una spinta a generare l’attuale meccanismo della selezione sessuale umana.

Giungiamo però ad una conclusione: nella nostra specie la coppia monogama è la regola assoluta, e per quanto esistano indubbiamente donne traditrici e uomini farfalloni, e lo stesso termine harem si riferisce a usanze mediorientali, le coppie monogame costituiscono più del 99% del modello normale di sviluppo con cui veniamo al mondo, ovvero una mamma e un papà. Questo avviene perché i 10 anni necessari affinché il piccolo umano abbia almeno le basi per imparare a “stare al mondo” non sono sopportabili solo dalla madre.
Di certo è lei che svolge la maggior parte del lavoro, ma prima di prendersela con gli uomini “scansafatiche” che evitano le responsabilità, ricordiamo che in nessun altra scimmia che vive in branco il maschio fa nulla di nulla.
La nostra è l’unica tra i primati in cui il maschio aiuta e partecipa all’allevamento, anche se non lo fa quasi mai direttamente, specie nelle prime fasi. Gli uomini sono però molto poco dotati per questo compito, come spiegherò in un altro articolo, quindi per quanto possano sforzarsi sarà molto difficile che riescano a sostituire egregiamente la madre. Oggi gli uomini cambiano pannolini, portano i bambini a scuola, leggono loro favole e li proteggono dai malintenzionati. Un tempo si battevano con gli altri uomini, con gli animali predatori e portando a casa cibo.
Rispetto agli scimpanzé e ai gorilla gli uomini sono padri esemplari, poiché in queste specie ciò che fa il maschio è uccidere i piccoli non suoi e in diversi casi i potenziali rivali maschi, e nulla più.
In definitiva: noi non formiamo famiglie di un uomo e una donna “perché ci amiamo”. Al contrario, ci amiamo perché formiamo famiglie di UN solo uomo per UNA sola donna.

Antonio

Per approfondire

Meridda, F.Pandiscia “Il Metodo Anticorna“.

Morris “L’animale donna”
J. Diamond “Perché il sesso è divertente?”
I. Eibl-Eibesfeldt “Etologia umana”
S.B. Hrdy “La donna che non si è evoluta – ipotesi di sociobiologia”
R.D. Alexander “How did humans evolved?”

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L'autore: Antonio Meridda

ritrattoAntonio Meridda è laureato in scienze naturali, con master in etologia e in giornalismo scientifico. Formatore ed esperto di linguaggio del corpo ha ottenuto le certificazioni F.A.C.S. (Facial Action Coding System) e B.C.E. (Body Coding System) ed è autore di numerosi libri e videocorsi sull'argomento. Iscriviti alla sua newsletter per leggere i suoi articoli e imparare tutto su come gestire la coppia.

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Vite passate e ipnosi: funziona davvero? https://antoniomeridda.com/vite-passate-e-ipnosi-funziona-davvero/ Tue, 16 Oct 2018 08:00:28 +0000 https://antoniomeridda.com/?p=1318 La regressione alle vite passate è una delle più misteriose e richieste tecniche di ipnosi. E come tale, è avvolta dal mistero quanto la formula della coca-cola.

Come funziona? Davvero si ritorna alle vite passate? Illusione o realtà? Ho pagato il parcheggio per due ore o una?

Cerchiamo ora di dare una spiegazione a tutto questo.

Comincio col dire che sì, è vero, c’è una tecnica che si chiama, appunto, regressione alle vite passate (ma va?).

Questa però, deluderò molta gente ma è così, non permette di violare le leggi dello spazio e del tempo in barba ad Einstein, Eraclito, Aristotele, Malika Ayane e chiunque abbia scritto sul fluire unidirezionale dei momenti passati.

E allora perché diamine si chiama regressione in vite passate?

Marketing. Il motivo vero è questo. Il nome reale dovrebbe essere qualcosa come “tecnica dell’emersione degli archetipi gestaltici del subconscio”, roba da far tremare i polsi anche a Freud.

Si è perciò scelto il più affascinante nome “regressione in vite passate”. Niente di strano, è lo stesso motivo per cui chiamiamo un “apparecchio radio mobile terminale ricetrasmittente per la comunicazione in radiofonia sull’interfaccia radio di accesso di una rete cellulare”(come detto in Wikipedia) semplicemente “TELEFONO CELLULARE”.

Ma torniamo all’ipnosi.

Cosa vuol dire regressione alle vite passate?

La regressione permette quindi, con una tecnica ben precisa, di visualizzare e immaginare (ripeto immaginare, quindi farsi un’immagine) delle vite passate. Attraverso di essa cioè, si può “ricordare” di essere stati dei guerrieri che combattevano nella guerra di Troia, dei samurai in una singolar tenzone, dei ladri che rubavano i gioielli della corona, delle famosissime attrici defunte, fino a personaggi storici e illustri come Napoleone o Cleopatra.

La persona che rivive tutto sostiene con forza e sicurezza che no, lei è stata DAVVERO Cleopatra! Ottimo. Peccato che solo nella mia esperienza – piuttosto ridotta a dire il vero – ho già contato una dozzine di “cleopatre”. Quindi, a meno che nella defunta faraona non albergasse un condominio di anime, è alquanto probabile che non ci sia una vera e propria regressione in vite passate quanto piuttosto liberare la mente per poter “sognare” di essere ciò che si vuole.

Quindi non serve a niente? Tutt’altro!

Questa tecnica permette, molto in fretta, di capire sogni, speranze e desideri reconditi di qualcuno. Chi “ricorda” di essere stato Jack lo Squartatore ci dice parecchio su di sé. Così come chi ha “visto sé stesso” nei panni di un nobile francese durante la rivoluzione.

Come si torna alle vite passate?

Come funziona esattamente? Dopo aver indotto uno stato ipnotico, si guida la vittima la persona in un’esperienza che conduce ad un luogo molto vago. Non si dice quindi “immagina di essere una persona famosa” o “chi vorresti essere stato?”. Si dice invece “guardati attorno: come sono gli altri?” oppure “guardati i piedi: cosa indossano?”. In questo modo si è portati a lasciar libero sfogo ai propri desideri inconsci, senza preoccuparsi di essere giudicati se magari si sogna di essere Hugh Hefner (ora che è morto sono certissimo che in tanti “ricorderanno di essere stati lui) o Al Capone.

Una volta realizzata la prima immagine, sarà chi è sotto ipnosi a descrivere le proprie esperienze. Quasi sempre queste portano a momenti culminanti, come la morte della precedente incarnazione o un momento comunque drammatico. Nessuno che io sappia ha ricordato di aver scordato di comprare i broccoli o di dover andare dal calzolaio a risuolare le ciabatte. Non è un caso. Come nessuno, potendo scegliere, “ricorda” di essere stato un contadino servo della gleba, è normale che chi, avendo pochi minuti a disposizione, non perde tempo a immaginarsi a scuola ad ascoltare una lezione noiosa ma si concentra su quacosa di significativo, come appunto la morte, un duello, il giorno che è stato arrestato, quando scopre un tradimento e così via.

La tecnica è piuttosto semplice, se la guida è preparata, e permette di passare una bella esperienza. Non è “reale” ma fa capire molte cose su di sé, non porta alcun genere di rischio ed è più coinvolgente del cinema.

Dunque, perché non provare?

Antonio

Per approfondire

A.Meridda “Ipnosi Rapida“.

M. Pacori  “L’ipnosi non verbale”
M. Paret  “I segreti dell’ipnosi
S. Gatto “L’ipnosi”

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ritrattoAntonio Meridda è laureato in scienze naturali, con master in etologia e in giornalismo scientifico. Formatore ed esperto di linguaggio del corpo ha ottenuto le certificazioni F.A.C.S. (Facial Action Coding System) e B.C.E. (Body Coding System) ed è autore di numerosi libri e videocorsi sull'argomento. Iscriviti alla sua newsletter per leggere i suoi articoli e imparare tutto su come funziona l'ipnosi.

 

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Perché il tradimento è così diffuso: l’istinto più odiato del mondo https://antoniomeridda.com/perche-il-tradimento-e-cosi-diffuso-listinto-piu-odiato-del-mondo/ Fri, 12 Oct 2018 10:14:13 +0000 https://antoniomeridda.com/?p=1415 A cosa serve il tradimento?

Tutti ci siamo passati, o per aver tradito o per essere stati traditi. Ma perché l’istinto del tradimento, che di fatto è uno tra i più odiati, è ancora così diffuso?

Non esiste cultura, epoca o regione geografica immuni dal suo influsso. E siccome vige il principio di parsimonia naturale, in base al quale gli istinti mantenuti attivi hanno sempre una qualche utilità, ne consegue che tradire serve a qualcosa.

Ma cosa, esattamente? Di certo mina i rapporti sociali, soprattutto le famiglie che ne sono investite. Ed è ancora ovvio che subirlo è terribile per chiunque. Tutti i popoli hanno cercato di arginarlo in vari modi, alcuni con pene severissime altri con semplici ammende. Tutti, comunque, hanno fallito. Ciò è avvenuto perché il tradimento ha un fine ultimo più importante di qualsiasi possibile repressione, ed è sempre per questo che nessuno di noi ne è del tutto al sicuro!

Qual è dunque questo fine?

Il tradimento nel mondo animale

Per capire a cosa serve, come sempre è meglio partire dall’origine del comportamento. Il tradimento esiste anche nel mondo animale? La risposta è sì! Esiste eccome, ma prima di accusare i nostri antenati e progenitori delle loro abitudini sconsiderate, cerchiamo di capire come funzionano le cose nei non-umani.

Ci sono specie che formano legami stabili per tutta la vita. Sono di certo una minoranza, considerando il totale degli animali, ma si tratta sempre di diverse decine di migliaia. In questi animali, i partner formano un legame stabile il cui scopo è la riproduzione. Negli animali a riproduzione unica (che cioè muoiono dando alla luce la nuova generazione, ovvero circa l’80% delle specie in totale) questo legame si può presentare in diversi modi: i maschi muoiono durante l’accoppiamento, oppure sopravvivono all’accoppiamento e muoiono poco dopo. Le femmine muoiono producendo uova o muoiono di stenti facendo da guardia al nido. In tutti i casi, la coppia non risente del tradimento poiché entrambi i partner defungono prima della nascita dei figli.

Ci sono poi le specie che si riproducono più volte durante la loro esistenza e che formano coppie stabili. Queste sono rarissime, perché, se da un lato c’è il vantaggio indiscusso di poter allevare la prole in modo abbastanza sicuro e protetta dai pericoli, dall’altro c’è il “sacrificio genetico” di dedicarsi a un solo partner. Se poi quello è difettoso in qualche modo, la fine della discendenza è assai probabile!

Molto più abbondanti sono le specie che si riproducono più volte e che formano coppie stagionali. In questo caso, ad ogni nuova stagione maschi e femmine si cercano per generare una prole di cui si occuperanno entrambi,

Liberi amanti…

fino a quando il piccolo sarà indipendente e potranno separarsi: la famiglia si forma per un tempo limitato e poi, come è nata, finisce quando lo scopo (la nuova generazione) è pronta ad affrontare il mondo.

Infine abbiamo le specie che si riproducono più volte e NON formano coppie stabili di alcun tipo. il 97% dei mammiferi ricade in questa categoria! Questo è ovvio, anche se spiacevole: se la femmina porta il nascituro dentro di lei, il maschio non ha motivo di starle accanto. Per molti mammiferi questo non è un problema: le femmine partoriscono da sole, si occupano dei piccoli e fine della storia. In questi casi il tradimento è la norma, e persino la madre ha parecchi dubbi sulla paternità dei figli.

Esiste però una categoria particolare: i mammiferi sociali. Qui le cose sono diverse, perché quasi sempre abbiamo un capobranco, nella maggior parte un maschio dominante, e diverse femmine che fanno parte del branco. E qui cosa succede? Vediamo un pò…

 

Branchi e tradimento: a cosa servono le scappatelle

La categoria del branco è quella che maggiormente ci interessa, perché è indubbio che, seppure gli harem non siano la norma nelle differenti società umane, è altrettanto vero che abbiamo una struttura gerarchica ben definita, con capi e sottoposti. I nostri cugini più prossimi adottano il tradimento? Ebbene sì! Per un motivo sempre presente: il mescolamento genetico.

Per secoli si è pensato che i traditori fossero gli uomini, perché, dotati di un maggior istinto all’accoppiamento “casuale”, fossero capaci di “tradire a cuor leggero”. Corretto. Se non fosse che quasi tutti tradissero le compagne di turno con altre donne… Quindi il ragionamento non sta in piedi.

La realtà è un’altra: uomini e donne tradiscono entrambi, ma per motivi diversi. Le donne lo fanno quando si sentono ignorate, gli uomini quando la compagna non gli si concede più e quindi cercano nuove avventure.

Questo fa anche in modo che il tradimento stesso sia concepito in modo differente: per le donne è grave soprattutto se di tipo affettivo, per gli uomini di tipo fisico. Ciò ha perfettamente senso: per una donna preistorica se il compagno, magari durante una guerra, aveva una “scappatella” con una donna di un’altra tribù rivale, non era una vera tragedia. Perché comunque il suo compagno sarebbe tornato da lei, avrebbe badato alla sua famiglia e ai suoi figli. Era quindi ancora parte della famiglia.

Per un uomo invece i sentimenti contano meno: se una donna ha una cotta per un altro uomo ma si limita a sospirare per lui, a sorridergli e a “flirtare” ma senza accoppiarsi, la sua paternità è certa, quindi i figli per i quali si dà tanto da fare sono veramente suoi.

N.B.: questo non vuol certo dire che una donna è felice se il compagno si diletta con le prostitute e un uomo gradisce che la compagna sogni un altro. Ma in questi casi, è ancora possibile una riconciliazione. Nel caso in cui un uomo ami un’altra e una donna vada a letto con un altro, invece, la fine della coppia è quasi certa.

Tra le scimmie che vivono in branco, come i babbuini e i macachi, è facile che una femmina dell’harem tradisca. Questo perché il traditore ha molte doti interessanti: sfida il capobranco, ma non apertamente. Quindi è astuto, furbo e intraprendente, e anche se non è forte e possente come il capo, magari è più affascinante. La femmina però non si sogna neppure di lasciare il capobranco per lui, perché essere una compagna del capo le assicura dei privilegi importanti. Ciò che fa è di generare un figlio non legittimo, con un DNA interessante, ma protetto dall’autorità del capobranco.

Un principio simile si applica anche nella nostra specie: diverse donne non lasciano il marito, magari in carriera, ma lo tradiscono con un altro più affascinante.

 

Quanti sono i figli illegittimi?

E ora la bomba: quante sono le coppie tradite che rimangono insieme? Le moderne tecniche sul DNA hanno stabilito che in Europa, mentre il primogenito è nel 99% figlio del marito, nel secondogenito questa percentuale scen

Quali figli sono suoi?

de all’87%… certo è sempre molto, ma indica che un 13% dei figli NON appartiene al padre del primo figlio.

Se ciò può apparire poco, bisogna calcolare che si parla in questo caso di figli NATI, ma che, date gli attuali concezionali, è molto, MOLTO probabile che diversi rapporti extraconiugali in più ci siano stati, ma NON abbiano generato figli.

Tenendo conto di ciò, non è assurdo aspettarsi che il 30% circa delle mogli tradisca i mariti! Prima di prendersela con loro, però, va detto che quasi tutte hanno un amante che è a sua volta sposato con un’altra donna.

Il problema è che non è facile, come per la donna, stabilire ciò su base genetica…

Per approfondire

A. Angela, “Amore e sesso nell’antica Roma

P. Angela, “Ti amerò per sempre. La scienza dell’amore
D. Morris, “L’animale donna”
I. Eibl-Eibesfeldt, “Etologia umana”
J. Diamond, “Perché il sesso è divertente?”      

 

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L'autore: Antonio Meridda

ritrattoAntonio Meridda è laureato in scienze naturali, con master in etologia e in giornalismo scientifico. Formatore ed esperto di linguaggio del corpo ha ottenuto le certificazioni F.A.C.S. (Facial Action Coding System) e B.C.E. (Body Coding System) ed è autore di numerosi libri e videocorsi sull'argomento. Iscriviti alla sua newsletter per leggere i suoi articoli e imparare tutto su come gestire la coppia.

 

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Buongiorno e buonasera: l’importanza del saluto https://antoniomeridda.com/buongiorno-e-buonasera-limportanza-del-saluto/ Mon, 24 Sep 2018 06:50:02 +0000 https://antoniomeridda.com/?p=1484 Perché in tutti i paesi del mondo, in qualsiasi contesto sociale si considera, si effettua un qualche tipo di saluto? Che vantaggio e utilità hanno delle forme così ritualizzate per entrare in contatto? Da quanto esistono?
Tutte queste domande hanno una sola risposta. Andiamo a scoprire quale.

Il saluto in origine

Cominciamo dal passato. Non del secolo scorso, né dell’anno 1000 e neppure dei faraoni. Torniamo molto, molto più indietro, all’epoca in cui non usavamo ancora il linguaggio per esprimerci. Come si entrava in relazione a quei tempi? Quando un essere umano ne incontrava un altro, come si comportava?play-bow
Anche se sono passate decine di migliaia di anni, pare che il metodo fosse sempre lo stesso presente ancora oggi, ovvero uno schema che possiamo riassumere in: saluto di apertura – interazione – saluto di commiato.
Questo sembra valere anche per altri animali. Quando due cani si incontrano, il modo con cui si avvicinano e si studiano è pressoché identico e si rifà a mosse specifiche. Non sappiamo con certezza (ma è probabile) che in questa fase utilizzino odori per comunicare e che svolgano la funzione di saluto.

Manca però la fase finale, quella del saluto di commiato, che invece è molto importante per noi. Perché abbiamo anche questo comportamento?
Un dettaglio molto importante che è bene spiegare è che tale modo di agire non è insegnato, pare innato in tutta la nostra specie. Sarebbe del resto assurdo pensare che tutto il mondo si sia coordinato per utilizzare un metodo simile di relazione.
Già i bambini in età prescolare, quando le parole non sono ancora il metodo privilegiato di comunicazione, usano la formula del saluto – interazione – saluto finale. Può mancare, ma anche in questo caso esiste una spiegazione.

Il saluto iniziale: benvenuto!

Il saluto iniziale ha una funzione pratica importantissima, e significa all’incirca “voglio relazionarmi con te”. A seconda della cultura, dell’età e del rango sociale questa fase sarà più o meno lunga. Tra bambini basta un sorriso o un “ciao” mentre tra capi di stato può durare anche delle ore, ma il senso è identico.
Durante questa fase è inutile e anzi dannoso non rispettare il “canone”. Per esempio, se uno saluta con “buongiorno” non si risponde con “per nulla, va tutto male” e lo stesso vale per altre formule simili, tipo appunto “come stai?”.
Lo scopo di questa fase è infatti relazionarsi, quindi esprimere la propria volontà a farlo. Quando si evita si lancia un messaggio molto potente: comando io. Chi si relaziona agli altri senza alcuna formula vuole ribadire il proprio potere, e questo si nota, ancora una volta, già nei bambini piccoli. Negli asili si è visto spesso che il “capo” non saluta e non sorride, si avvicina semplicemente agli altri senza alcun cenno e pretende di essere ascoltato. Tale modo di fare spiazza e spesso colpisce chi ascolta, che invece si aspetta un saluto. Anche qui non è intenzionale ma l’effetto è garantito. Intervistati, i piccoli “capi” hanno riferito che non avevano voglia o bisogno di salutare, ma se gli si chiede il perché non hanno una risposta logica o consapevole da fornire.

Il saluto di commiato: arrivederci

Il saluto di commiato è ancora più interessante, perché appunto non sembra avere una funzione. Certo può servire tra persone di alto rango o per esprimere “buona educazione”, ma se ci pensate bene non è solo così. La sensazione negativa che si ha quando ci chiudono il telefono “in faccia” deriva proprio da questo. Finire un contatto in modo brusco, senza un saluto di alcun genere, è una sfida bella e buona. Il segnale non regola solo i tempi ma stabilisce il da farsi. Chi non lo fa è come se lasciasse l’interazione aperta, come se ci tenesse la “linea occupata” e questo è molto spiacevole.
L’aggressività estrema della nostra specie è la chiave di questo modo di fare. Qui, a differenza del saluto iniziale, serve l’intervento del genitore. Il bambino infatti non ha nel proprio istinto il fenomeno del saluto finale, lo impara con l’esperienza. Capisce cioè che senza di esso è molto difficile capire se l’altra persona vuole ancora parlare con noi o meno. Si impara sulla propria pelle proprio questo, a non lasciare “canali aperti” inutilmente perché questo genera scontri e incomprensioni.
Il meccanismo del commiato, pari a quello del saluto, è evitato da chi si crede superiore, perché non sente di dover chiudere: gli altri sono a sua disposizione.
Quello che forse è più utile sapere è che tale modalità esiste non solo per le relazioni private ma appunto in qualsiasi relazione umana, guerra compresa. Un saluto finale in questo caso interrompe un’ostilità e si suppone che questo fosse proprio il motivo originale per cui tale comportamento esiste.

Conclusioni

Riassumendo: salutare serve a fare pace, a trovare un partner, a mantenere una relazione, a stabilire un rapporto. Meglio farlo, nel dubbio, dimostra comunque buona educazione.
Distinti saluti.

Antonio

Per approfondire

I. G. Mattingly “Speech cues and sign stimuli”
D. Morris “La scimmia nuda
I. Eibl-Eibesfeldt “Etologia umana
A. M Liebermann “The phylogeny of language”

N. R. Varney, J. A. Vilensky “Neuropsychological implications for preadaptation and language evolution”
J. H. Hill “Possible continuity theories of language”
N. Chomsky “Language and the mind”
G. Tembrock “Phonetische eigenschaften von primatenlauten in evolutions-aspekt”
F. G. Patterson “The gestures of a gorilla: language acquisition in another pongid”
V. Hescheen “Intuitionen. Grammatische gesprache in nichtkulturierten sprachgemeinschaften”

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ritrattoAntonio Meridda è laureato in scienze naturali, con master in etologia e in giornalismo scientifico. Formatore ed esperto di linguaggio del corpo ha ottenuto le certificazioni F.A.C.S. (Facial Action Coding System) e B.C.E. (Body Coding System) ed è autore di numerosi libri e videocorsi sull'argomento. Iscriviti alla sua newsletter per leggere i suoi articoli e imparare tutto sul linguaggio del corpo.

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